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FUOCO CAMMINA CON ME - Sulla rivalutazione e sull'opera d'arte come corpo fluido


(di Daniele Giuliotti)

- I 5 CRITERI DI "ULTIMA VISIONE" -
VOTO 
8
PERCHÈ VEDERLO
per apprezzare l’evoluzione del cinema di Lynch. Pur “minore” è probabilmente il punto di svolta della sua filmografia. E per farsi sorprendere e spiazzare, sia positivamente che, ci può stare, negativamente.
PERCHÈ NON VEDERLO
è sicuramente uno dei Lynch meno celebrati, meno estremo nelle sue teorizzazioni rispetto agli ultimi capolavori, ma troppo “caotico” per essere apprezzato da tutti. Se amate le prime due stagioni per la grazia, la simpatia e la leggerezza, statene alla larga (e di conseguenza anche da The Return), qui si gioca un altro campionato.
MOMENTO PERFETTO
ovviamente dopo la visione delle due stagioni originali di Twin Peaks (anche se è un prequel, rivela molto e molte sfumature risulterebbero comunque poco chiare) e prima della Terza, se si ha voglia di stare al gioco ed accettare di vedere “corrotto” ciò che prima avevamo tanto amato.
FILM SIMILI
non somiglia a nient’altro, posso giusto consigliare l’intero corpus del cinema di Lynch. Se però il ritratto caustico e chiaroscurato di una piccola realtà vi è garbato, spostatevi su altre due mini-serie d’autore, The Kingdom - Il regno di Lars von Trier e P’Tit Quinquin di Bruno Dumont.
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La valutazione “oggettiva” di un film è territorio assai scomodo. Andare oltre il semplice “mi è piaciuto”/”non mi è piaciuto” è un’arte complessa e anche poco piacevole, talvolta, che impone ricerca, mente aperta e, soprattutto, la voglia ed il coraggio di mettere da parte il proprio essere spettatore per diventare, a seconda dei casi, un po’ storico, un po’ psicologo, un po’ tecnico. E, cosa più difficile di tutte, accettare la fallacità e la parzialità del proprio giudizio: se solo gli stupidi non cambiano mai idea, è inevitabile che anche nell’analisi filmica le cose possano, di tanto in tanto, cambiare. Il passo fondamentale che il critico (sia chi lo fa per noia, sia chi se lo sceglie per professione) deve (dovrebbe) fare è considerare il Film come corpo fluido, mutevole, come parte di un tutto (culturale, storico, tecnologico) che ha avuto un’origine (ben prima dei Lumière, in senso lato), ma che al momento almeno, non ha una fine. Un Film, con la F maiuscola, vive di vita propria, come una persona, ed il proprio valore, i propri meriti e demeriti, possono mutare insieme alla storia del mondo che ha intorno.
Anno Domini 1992, festival di Cannes. Twin Peaks è definitivamente finito da circa un anno, tagliato dalla programmazione dopo il considerevole calo di ascolti della seconda stagione (cui Lynch, non per sua volontà, partecipò più come showrunner che come vera mente creativa). L’addio non fu indolore: l’ultima puntata andata in onda, diretta da Lynch stesso, lasciava più interrogativi che risposte, e si chiudeva con un cliffangher clamoroso. Inutile dire che, sepolta l’idea di una terza stagione, l’attesa nei confronti di un film (il media prediletto dal nostro “Jimmy Stewart from Mars”, solo prestato alla serialità televisiva) che avrebbe dovuto illuminare le parecchie zone d’ombra su BOB, Cooper, Logge ed alieni era spasmodica. Quello che però fu proiettato sul grande schermo fu qualcosa di diverso, qualcosa che scontentò praticamente tutti all’unanimità. Quelle due ore e dieci di film non erano la accomodante passeggiata nella familiare Twin Peaks che tutti si aspettavano, ma una caotica cavalcata in giro per gli Stati Uniti, niente caffè nero e cherry pie, ma alcool, droga e sesso (non tanto, ma quanto bastava per scontentare i fan della serie). A Lynch, evidentemente, non interessava far chiarezza: voleva sondare, ancora e con più forza, i lati oscuri della nostra realtà, quelli che si celano dietro persino ad una cittadina così a modo come Twin Peaks. Non solo la cittadina non era la protagonista assoluta della storia (il film inizia pure altrove, eresia!), non solo tanti volti noti amati dai fan non compaiono, o appaiono giusto di sfuggita, ma il buon David ha anche l’ardire di introdurre personaggi nuovi, con le loro storie ed i loro misteri. I titoli di coda del film sono accompagnati dai fischi di disapprovazione della platea e nei mesi successivi recensioni e rassegne stampa non fanno che peggiorare la situazione: Twin Peaks: Fire Walk With Me è ufficialmente un flop. Lynch incassa, chiude (per sempre?) la porta a TP e (a fatica) va avanti. Escono Strade Perdute (Lost Highway, 1997), Una Storia Vera (The Straight Story, 1999), Mulholland Drive (Mulholland Dr., 2001) e tutti si dimenticano di quello sfortunato incidente.

Non fosse che, dopo anni di annunci e smentite, nel Maggio del 2017, sempre nella temibile cornice di Cannes, Twin Peaks fa il suo Ritorno. L’attesa dietro al pilota di questa nuova serie è se possibile ancora più spasmodica che nel 1992: tutti (Lynch compreso) avevano dato Twin Peaks per morto. La sua resurrezione, 25 anni dopo (le congetture sulla possibile non casualità della cosa sono tante, ma sono sicuro che la fortuna, in questa felice coincidenza, ha giocato la sua bella parte) il funerale, era tanto attesa quanto insperata. Quello che viene proiettato, di nuovo, è qualcosa di spiazzante. Senza dilungarmi troppo su questo Capolavoro (sì, con tanto di C maiuscola), per cui servirebbe un volume intero, più che un articolo*: di nuovo una frammentazione geografica, ancor più marcata che in FWWM, di nuovo cupissime, di nuovo misteri che si infittiscono invece che spiegarsi, di nuovo personaggi sconosciuti che si affiancano a quelli già noti. Altri fischi in vista? Macché, la standing ovation a fine proiezione dura quasi 5 minuti, la critica, pur con qualche voce fuori dal coro, è in brodo di giuggiole. Cosa è cambiato, quindi? Non Lynch, sempre criptico, visionario, grottesco, in continua evoluzione, certo, ma sempre fedele a se stesso. Non Twin Peaks, che si era già deframmentata ed incupita in FWWM. Se non è A e non è B, allora è C: siamo noi ad essere cambiati. O meglio, il nostro modo di capire ed assimilare il cinema di Lynch. Lost Highways è stato un bello scossone per tutti, soprattutto per chi si aspettava una trama canonica e lineare: amato o odiatissimo, mise in crisi il concetto di narrazione tradizionale, costringendo fan e critici a cercare nuovi punti di vista per analizzare l’opera. In, purtroppo, lenta successione, Mulholland Dr. e INLAND EMPIRE (2006) complicheranno ulteriormente le cose, portando però a compimento questa parabola di distruzione (o rimescolamento) del linguaggio filmico tradizionale, cosa che Twin Peaks - The Return (2017) estenderà anche al linguaggio tele-filmico. Ma siamo così sicuri che, a questo punto, Fire Walk With Me fosse un errore, un oggetto alieno ed avulso ad ogni contesto, un pasticcio d’autore? O, visto col senno di poi, contestualizzato a) narrativamente all’interno della saga ora giunta ad una conclusione (?) e b) nel corpus successivo della filmografia lynchiana, si tratta di un vero apripista?

A ben vedere, infatti, tutto ciò che si disintegrerà nell’universo di Lynch da Lost Highway in poi, lo si può trovare, certo in nuce, già in Fire Walk With Me. L’America cupa e derelitta di Blue Velvet (1986) si distorce ulteriormente, togliendosi di dosso anche quel poco di rispettabilità di superficie che presentava luminosa e finta come uno spot di biscotti (la cornice positiva che circonda Velluto Blu, le simpatiche dinamiche cittadine delle prime due seasons Twin Peaks). L’andare e venire da un luogo all’altro, la finta stabilità (geografica) della seconda parte del film, l’introduzione di personaggi apparentemente inutili (il Carl di Harry Dean Stanton, il Philip Jeffries di David Bowie, protagonista di una delle scene più belle dell’intera filmografia lynchiana, nonché incipit fondamentale per una consistente sottotrama della Season 3), la vacuità di alcuni ritorni della vecchia serie, non solo rappresentano l’inizio di un nuovo corso, cifra stilistica fondamentale nel futuro di Lynch, visivo e narrativo, ma servono, spaesando lo spettatore, ad immergerci in un universo caotico e per niente rassicurante, dove nessuna faccia è veramente amica (vero Agente Cooper?) e dove i concetti di spazio e tempo vanno riletti seguendo altre coordinate. Il film dunque, ai nostri occhi smaliziati e più saggi, si presenta finalmente come qualcosa di nuovo e compiuto, il suo corpo non è mutato (nella splendida edizione Bluray uscita nel 2014, accanto alle prime due stagioni del serial e al film, troviamo i famigerati Missing Pieces: quasi quattro ore di materiale scartato dal montaggio che, per scelta del regista, NON è stato però nemmeno parzialmente reintegrato, come a dire che il film era fatto e finito così, senza possibilità di aggiunte/miglioramenti)**, lo è però il suo senso, la sua “anima”, in virtù di un nuovo corso e di un nuovo senso che introduceva agli occhi di spettatori ancora non pronti. Quello che a tutti era sembrato un tradimento, una corruzione, era in realtà un’evoluzione, un manifesto stilistico e tematico da rivedere, (ri)capire e (ri)amare. Come la Laura Palmer (una splendida, più che nella serie, Sheryl Lee) di FFWM, finalmente protagonista,  criticata perché troppo diversa da quella suggeritaci nelle prime due stagioni, è coerentemente invece il tramite tra il vecchio universo lynchiano e quello nuovo, volto pulito ma corrotto di un’America che ha en più di qualche peccato da nascondere. E quel finale angelico, fintamente consolatorio, non è un’assoluzione, come erroneamente è stato letto alla sua uscita: la pietas di Lynch non assolve nessuno perché Lynch non critica apertamente nessuno. Lo squarcio di luce prima dell’ennesimo buio, l’angelo nella (demoniaca?) Loggia Nera sono solo sprazzi di splendore e di bontà annegati in un mondo nero, nerissimo. Dove la salvezza, se è possibile, va cercata attraverso le cose, non raggiunta in un finale colorato e disneyano. E dove Il Ritorno (sui propri passi, sulle cose accadute e anche su quelle forse non accadute, quindi, nel nostro caso di spettatori-analizzatori, anche sui nostri pensieri) non solo è possibile, ma è anche necessario.


* a riguardo allego il bellissimo articolo di Filippo Mazzarella publicato su  duels.it
** se si vuole approfondire, e qui ci sono ovviamente molti possibili SPOILER, il discorso sui Missing Pieces rimando agli esaustivissimi articoli sul blog davidlynch.it


FUOCO CAMMINA CON ME (Twin Peaks: Fire Walk With Me)
USA/Francia 1992, colore, 134'
Regia: David Lynch
Cast: Sheryl Lee, Kyle MacLachlan, Ray Wise, Grace Zabriskie, Chris Isaak, Harry Dean Stanton, Keifer Sutherland, David Bowie



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