(di Daniele Giuliotti)
- I 5 CRITERI DI "ULTIMA VISIONE" -
VOTO
8
PERCHÈ VEDERLO
perché è uno dei von Trier più a fuoco della sua carriera, nonché uno dei suoi film più divertenti ed "autocritici"
PERCHÈ NON VEDERLO
se si è facilmente impressionabili o moralmente sensibili potrebbero essere due ore e mezza piuttosto fastidiose. E chi non ha voglia di stare al gioco di von Trier lo eviti, l'autoreferenzialità e la voglia di provocare sono sempre gli stessi di un tempo
MOMENTO PERFETTO
Non una serata relax dove si vuole spegnere il cervello. Il gioco, per essere apprezzato, ha bisogno di concentrazione e di voglia di mettersi in discussione.
FILM SIMILI
Ovviamente qualche Trier precedente: Nymphomaniac funziona allo stesso modo come una seduta psicanalitica, Antichrist è, nella sua riflessione sul Male, quello più vicino tematicamente. Guardando un po' oltre, anche se con stile ben più secco, Henry, pioggia di sangue di John McNaughton, sempre parlando di serial killer. Estasi di un delitto di Luis Bunuel per il senso del grottesco che permea la vicenda.
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Scandalo! Scandalo! Scandalo!
Che Lars Von Trier (1956) sia abbonato allo scandalo è cosa assai nota. Il precedente Nymphomaniac (2014) era una lunga cavalcata sulla estrema vita sessuale di una donna con tanto, nella versione uncut, di scene hard non simulate, Antichrist (2009), discutibile tematizzazione sul rapporto tra la Donna e il Male, presentava alcune scene di violenza piuttosto forti, passando per altri lavori scandalo come Le onde del destino (Breaking the Waves, 1996) o Idioti (Idioterne, 1998). Che lo scandalo se lo cerchi molto volentieri è altrettanto noto: durante la presentazione di Melancholia (2011) a Cannes una discutibile battuta su nazisti ed ebrei lo rese persona non grata al festival. Inutile dire che, ancor prima di conoscerne la sinossi, questo The House that Jack Built era un sorvegliato speciale. Le aspettative non sono state deluse: Jack (Matt Dillon) è un ingegnere misantropo e vagamente insoddisfatto del suo lavoro che, un po' per caso, si ritrova ad uccidere una persona. Pian piano il fascino del delitto e della sua estetizzazione lo portano, nel corso degli anni, ad una spirale di omicidi sempre più macabri ed elaborati alla ricerca di una perfetta "estasi del delitto".
All'anteprima stampa il film è stato fischiato sonoramente e addirittura pare che molti critici si siano alzati durante la proiezione disgustati dall'immorale violenza del film. Ma è davvero così terribile ed insostenibile quest'ultimo opus del regista danese? Assolutamente no, anzi. Non manca il dettaglio splatter, certo (nell'edizione originale. In Italia, in perfetto stile medioevale, ne è giunta anche una versione doppiata leggermente limata, ma sempre V.M. 18), ed il gusto del macabro di von Trier è ben sviluppato: arti che saltano, cadaveri congelati, infilzati, grottescamente deturpati, volti sfigurati. Certo nulla che non si sia già visto, da Cannibal Holocaust a Hostel, passando per tutto lo slasher anni '80, Dario Argento e Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini. Curiosamente però al provocatore von Trier sembra interessare di più l'idea del delitto, che il delitto stesso, ed il compiacimento morboso e disgustoso di lavori come A serbian film è ben lontano: qui l'effetto non è usato per scioccare (è l'IDEA che ci colpisce, il corpo martoriato è una mera conseguenza), insomma, va bene la ricerca dello scandalo, ma non di quello cheap. Allora il problema è la sua immoralità? No, nemmeno. Ciò che ci viene mostrato, raccontato in prima persona da Jack stesso (interpretato in maniera strepitosa da un Matt Dillon mai così in forma) con la freddezza di un teorico ed il compiacimento di un bambino, è sì spesso e volentieri idealmente insostenibile, ma è sempre bilanciato da una vena acida e grottesca che smitizza sapientemente (niente amoralità, ma fortunatamente nemmeno niente moralismi!) ciò che viene man mano messo in scena. Il film, così, diventa una sorta di commedia umana, tanto nera quanto divertente, ed è evidente che l'intento del regista, pur affascinato dalle teorie folli e qua e là nazi/superomistiche (ci crede davvero, Lars? O più facilmente sono frecciate a chi, con leggerezza, gli aveva dato dell'antisemita dopo le sue brutte dichiarazioni?), è quello di farsi, e farci fare, una grossa risata sulla piccolezza e la bruttezza del nostro essere umani. E, stavolta, al netto di eccessi narcisistici e qualche caduta di gusto, ci riesce proprio bene.
La ripetizione, la memoria, il film testamento.
Una delle caratteristiche più curiose del film è il suo essere quasi un raccoglitore transmediale. Senza preoccuparsi di qualità e formati, quasi fosse uno sketchbook, o la ricerca scolastica di un adolescente, THTJB si riempie di filmati d'archivio, documentari, bozze scritte, opere d'arte. L'omicidio, secondo Jack, è un'opera d'arte, oltre ad essere un bisogno primordiale insito in ognuno di noi, e, un po' didascalicamente, lo paragona di volta in volta a quadri, improvvisazioni di compositori, progetti di cattedrali. Il gioco dei media però ha un suo fascino bizzarro, ricordando da vicino gli esperimenti visivi (su basi narrative) di Peter Greenaway, da L'ultima tempesta alla trilogia de Le valigie di Tulse Luper: c'è un bisogno, per narrare qualcosa di inenarrabile, di andare oltre al semplice media filmico, di travalicarlo, riempirlo, deframmentarlo. Ho già scritto, così come hanno fatto in molti prima di me, che questa lunga cavalcata nell'abisso (complice anche la forma-confessione della narrazione) sembra una vera e propria seduta psicoanalitica in cui è facile sostituire al narratore-protagonista Jack il narratore-regista Lars. Mi spingo un po' oltre: più che di una seduta psicoanalitica, si potrebbe parlare di un film testamento. Non tanto per una questione anagrafica, ovviamente, quanto per un curioso "ritorno" del passato: il film, infatti, è qua e là inframezzato da spezzoni dei suoi lavori precedenti. L'intento primario è indubbiamente narcisistico: nel parlare di massimi sistemi è sicuramente ben poco modesto prendere a paradigma il proprio lavoro, ma sappiamo benissimo di che pasta è fatto il danese folle. Ad un piano meno superficiale però la lettura può essere più interessante. Von Trier sembra infatti, dopo una grande crisi umana, voler in qualche modo chiudere i conti con il suo passato. L'interpolazione di materiale spurio, proveniente dal suo passato registico, suona più come riflessivo (ma non nostalgico) amarcord, soprattutto se inserito in uno dei suoi lavori più compiuti e precisi nell'affrontare i suoi temi prediletti (l'oscurità dell'animo umano, la violenza, la morte). Curiosamente, anche se mai stili ed intenti possano essere più diversi, riporta alla mente un'altra grande opera-testamento uscita di recente: il Twin Peaks - The Return di David Lynch, che in 18 ore (ben più quindi delle due e venti di THTJB) ripercorre non solo l'intera storia della saga, ma è anche una summa dello stile grafico e registico del suo autore-creatore (spezzoni delle prime serie compresi). Proprio in questi giorni (e anche qui mai film potrebbe essere più diverso) un altro colosso/summa utilizza curiosamente un ritorno (stavolta diegetico ed attivo) al passato simile a quelli compiuti da Lynch e von Trier: Avengers: Endgame non a caso gran finale e chiusura del ciclo dei Vendicatori della Marvel. Che l'idea del film testamento, alla fin fine, non sia così balzana?
There is a Hell, believe me I've seen it. [SPOILER]
Poteva un film sul profondo abisso dell'animo umano non concludersi proprio all'Inferno? Certo che no, soprattutto se il suo regista ha da sempre fatto della rappresentazione dell'Inferno in Terra uno dei suoi topoi. Dalle lande cupe e giallissime dell'esordio L'elemento del crimine (1984) al quasi deserto di Medea (1988), dall'infernale ospedale/portale di The Kingdom - Il regno (1994) fino ad arrivare al bosco quasi incontaminato e maledetto di Antichrist. Solo che qui ci si spinge oltre: Jack, alla fine, va veramente all'Inferno! E non ne è per niente spaventato: alla fine, se l'uomo è naturalmente portato a fare il Male, l'Inferno è l'unica giusta dimora per l'anima. Accanto quindi, trattandosi di un film che fa dell'arte una guida, oltre che un tema, ad alcuni quadri (stavolta nel senso di tableaux vivants) di straordinaria bellezza visiva ma di più scontata derivazione classica, von Trier ci regala una rappresentazione dell'Inferno minimale quanto curiosa ed originale. Come in Antichrist Inferno fa rima con Natura: spazi incontaminati, ghiacciai, la gola di un vulcano. Il caos, la morte, la distruzione sono elementi naturali, così la Terra stessa, nella sua originale purezza incontaminata, è sede dell'Inferno. L'uomo non vi compare, se non come figurina, nè si sente: l'unico rumore che udiamo è un fastidioso e continuo fischio "industriale" a rappresentare "miliardi di anime che gridano tutte assieme" (nulla di diverso da quello che effettivamente c'è sulla Terra, insomma). [FINE SPOILER]
Un'ambizione notevole e smisurata quindi, quella di von Trier, che ancora una volta si sovrappone e sostituisce al suo personaggio Jack: il Male come opera d'arte assoluta, l'Arte come unica rappresentazione possibile dell'Inferno. Alla fine della giostra tutti rimarranno inevitabilmente sulle loro posizioni: i fan saranno ammaliati dal gusto dell'eccesso e della provocazione e sorpresi dall'inedita leggerezza di tono dell'incedere, i detrattori non cambieranno di certo opinione di fronte all'ennesimo narcisistico gioco al massacro di von Trier, nè accetteranno di buon grado le provocazioni e la ricerca dello shock, estetico e tematico. Nel mezzo, per chi saggiamente si chiama fuori da quella che ormai è una guerra tra fazioni ben definite, c'è un film che ha voglia di dire e di fare, che non si assesta su un medio (e mediocre) cinema "intellettuale", ma che cerca di stuzzicare, infastidire e stimolare lo spettatore. E' von Trier, prendere o lasciare, ma (chi vi scrive non è un gran fan del regista) stavolta vale davvero la pena di buttarsi. Nota a margine: si tratta dell'ultimo film del grande Bruno Ganz, elegantissimo nel ruolo del confessore/guida Virgilio (simbolismo sicuramente non raffinato, ma comunque efficace)
LA CASA DI JACK (The House that Jack Built)
Danimarca/Svezia/Francia/Germania 2018, colore e b/n, 155'
Regia: Lars von Trier
Cast: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Jeremy Davies


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