- I 5 CRITERI DI "L'ULTIMA VISIONE"-
VOTO
VOTO
9
PERCHÈ VEDERLO
Se siete degli inguaribili romantici (e non solo nel senso stretto del termine) e se credete nel magico potere curativo dell'arte
PERCHÈ NON VEDERLO
Se delle confessioni umane di un autore non vi interessa e se non riuscite a considerare amore quello tra due persone dello stesso sesso
MOMENTO PERFETTO
Quando avete voglia di emozionarvi, senza però rinunciare alla qualità
FILM SIMILI
Il posto delle fragole (1957) di Ingmar Bergman
8½ (1963) di Federico Fellini
Volver - Tornare (2006) di Pedro Almodovar
Mia Madre (2015) di Nanni Moretti
L'uomo che uccise Don Chisciotte (2017) di Terry Gilliam
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Quando sento definire un film “autobiografico”, lo ammetto, la prima domanda che mi spunta per la testa è: “Interessa a qualcuno?”. L’artista, si sa, volente o nolente è Narciso per natura, ed il regista ancor di più: il rischio che l’elemento autobiografico si mangi tutto il resto del film è sempre dietro l’angolo, e più di un grande autore è cascato in passato nella trappola (Woody Allen e Ettore Scola, giusto per fare due nomi non propriamente “minori”. Effettivamente, alla fin fine il regista è un essere umano come tutti gli altri, e a chi potrebbe interessare di pagare un biglietto per sentire gli sproloqui che farebbe ad un nipotino raccontandogli la propria vita? La prima domanda che è giusto farsi, allora, è: quando un film autobiografico diventa anche d’interesse per qualcuno che non sia il regista medesimo? Potremmo dire così: quando diventa necessario. La seconda domanda arriva celere: e quando un film si può definire necessario?
La risposta al secondo quesito è ben più lunga, e facilmente una risposta esatta non c’è nemmeno. Però, a modesto parere di chi scrive, un film diventa necessario quando a suo modo aggiunge qualcosa in un discorso, che sia storico, stilistico o semplicemente un’evoluzione all’interno della poetica di un autore. Ergo: quando un regista sa fare in modo che i propri elementi autobiografici non siano meri rendez-vous col proprio passato, ma li rende parte integrante di un modo di vedere il presente (vedere, non ricordare), li usa come elementi necessari per riflettere sul proprio stile e la propria opera (perché diciamolo, quello che a noi interessa è l’opus di un regista, della sua vita ci interessa fin lì, o quantomeno, se ci interessasse ci leggeremmo una biografia, quando non auto). In questo caso, allora, anche un film spiccatamente autobiografico, diventa necessario: 8½ e Amarcord di Fellini sono film necessari, Il posto delle fragole o Fanny & Alexander di Bergman sono film necessari.
E questo Dolor Y Gloria è un film necessario? La risposta è sì, anche capitale, a suo modo. Non ho paura ad ammetterlo: sono uno di quelli che dava Almodóvar per morto. Non perché la qualità dei suoi film fosse troppo peggiorata (brutto Gli amanti passeggeri e bruttino La pelle che abito, ma allo stesso tempo Julieta, Gli abbracci spezzati o Volver sono opere di grande valore), quanto perché il mordente che animava il suo cinema passionale e ribelle degli anni ‘80 e parte dei ‘90 sembrava essersi spento, diventando ora maniera (Parla con lei), ora annacquandosi in melodrammi tanto belli quanto, una volta scavata la superficie, a loro modo vuoti (Tutto su mia madre, La mala educacion). Questa ultima fatica del regista però, a sorpresa, fa l’unica cosa giusta che un regista noto per un certo stile e per un certo tipo di cinema avrebbe potuto fare: annulla l’Almodóvar regista per lasciar posto all’Almodóvar uomo. In che modo? Intanto spogliando il film di tutti gli orpelli che tanto piacevano alla critica in passato, o meglio (ed ancora più difficile) lasciandoli ma spogliandoli volontariamente della loro carica citazionista ed eversiva: ci sono ancora gli spezzoni da vecchi film, ci sono ancora i rimandi interni alla sua filmografia, ci sono ancora i colori sgargianti. Solo che laddove prima erano provocazione, orpello, citazione (il melodramma anni ‘50, Douglas Sirk sopra tutti), ora sono mezzo per rappresentare visivamente la psiche e i pensieri del protagonista. Quei momenti totalmente astratti dove, dal buio, compaiono grafiche, forme astratte, rappresentazioni 3D del corpo umano, lastre ed equalizzatori sonori sono parte integrante della narrazione del film, non semplici “aggiunte”: quello che un favoloso Antonio Banderas impersona non è altro che l’Amodóvar uomo (e non regista, nonostante anche il personaggio lo sia), che si mette a nudo oltre al nudo (che infatti non c’è, se non in una scena), va più a fondo, più all’interno, come il torniturante incipit di Blackhat di Michael Mann andava dentro la rete e ciò che muove il mondo (e, indirettamente, anche dentro al cinema). Uno schermo bianchissimo su cui si proiettano Niagara e Splendore nell’erba, un muro rosso accecante, una gelida tac, degli enormi quadri surrealisti, un cielo troppo grande e troppo azzurro per essere contenuto da quattro mura ed una grata: questo è quello che c’è dentro, sotto, Almodóvar, quello che sta nel fondo del suo cinema, la sua vera essenza. Così l’amarcord melò di La mala educaciòn e quello più brillante di Volver si fondono e si asciugano, lasciando solo il vero succo, il vero senso di questa ricerca interiore: in Dolor Y Gloria non c’è cupezza nel ricordo, solo nel presente, non c’è macchiettismo folkloristico, solo grande rispetto per qualcosa che non c’è più.

Il fare cinema, la creazione come rielaborazione duplice: del passato, che prima tormenta, poi coccola e sostiene, e del proprio corpo, malandato, malato dentro e fuori anche per colpa proprio di quel passato angosciante. Le due realtà si attorcigliano, il passato si pacifica tramite la lente dell'arte (il cinema degli altri, la piece che prende vita e forma, il film autobiografico) e l'arte vine finalmente (ri)creata solo una volta che il protagonista trova la forza di affrontare il passato (le promesse non mantenute, un grande amore finito) e di conseguenza il presente (le malattie, il timore di non essere più all'altezza). Curioso e bellissimo come solo un anno fa un altro grande autore "in crisi", Terry Gilliam, avesse trasformato il suo maledetto Don Chisciotte in un manifesto sull'inarrestabile potenza dell'arte nella vita, giocando come qui (ma col suo stile folle e visionario) col cinema nel cinema, l'arte che si sostituisce alla vita, con un presente che non regge il peso dei ricordi. E non è, come in molti hanno detto, l’8½ di Almodóvar: laddove, nel cercare di fare ordine nella propria vita, il personaggio di Mastroianni si trovava accerchiato, completamente sommerso dal flusso di ricordi e personaggi (che per tenere in ordine, nel bellissimo finale, è costretto a domare come al circo), qui il suo Salvador viaggia verso la luce, verso un pacificato e pacificante rapporto col passato e con il ricordo. E così facendo pacifica anche noi: quello che c’è alle nostre spalle può farci male, ma è e deve essere il carburante per un nuovo inizio, con i ricordi al nostro fianco. E, stavolta senza cercare il melodramma (come suggerisce Salvador all’amico/nemico attore, un grande attore non cerca il pianto, bensì cerca di soffocarlo), commuove, fa pensare, fa sorridere, con un tocco lievissimo anche quando si parla di morte (a proposito, confrontatelo con Mia Madre di Nanni Moretti) o di dipendenza da eroina: bentornato, Pedro.
DOLOR Y GLORIA - Dolore e Gloria (Dolor Y Gloria)
Spagna 2019, colore, 113'
Regia: Pedro Almodóvar
Cast: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Aser Exteandia, Leonardo Sbaraglia, Julieta Serrano

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