(di Daniele Giuliotti)
- I 5 CRITERI DI "ULTIMA VISIONE" -
VOTO
8
PERCHÈ VEDERLO
Perché escono pochi western, e ancora meno di così belli ed interessanti. E per un grande John C. Reilly
PERCHÈ NON VEDERLO
Se si cerca un film ritmato e d'azione. Se non si ama il western.
MOMENTO PERFETTO
Quando si vuole vedere una grande storia che sappia emozionare sinceramente senza furerie sentimentali. E se si vuole credere che sia possibile fare del buon western anche così fuori tempo massimo
FILM SIMILI
FILM SIMILI
The Homesman di Tommy Lee Jones
La Ballata di Cable Hogue e Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah
Butch Cassidy di George Roy Hill
Strada a doppia corsia di Monte Hellman
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La Ballata di Cable Hogue e Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah
Butch Cassidy di George Roy Hill
Strada a doppia corsia di Monte Hellman
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C’è qualcosa di meravigliosamente incompiuto nel cinema di Jacques Audiard. E nel senso più positivo del termine: quell’incompiutezza tipica delle cose della vita, dove non sempre tutto ha una direzione precisa, un conclusione netta.Non si può certo definire Audiard un regista (neo)neorealista, anche se la sua opera è sempre fermamente aggrappata alla realtà del mondo che ci circonda, ha più l’occhio e il cuore da (neo)romantico: era evidente nel bellissimo Sulle mie labbra (2001), ancor di più in Tutti i battiti del mio cuore (2005), senza dimenticarsi de Il profeta (2009) e Un sapore di ruggine ed ossa (2012). Più sirkiano (perché più personale ed al passo coi tempi) del più celebrato, in questo caso, Almodovar: meno stilizzato e colorato, più vicino al cuore delle cose nel suo modernissimo (e francesissimo) modo di declinare il melodramma al genere (un po’ mellevilliano anche, allora).
Dell’incompiutezza questo The Sisters Brothers fa un po’ la sua bandiera: la storia dei duenon più giovanissimi fratelli fuorilegge Sisters (un meraviglioso John C. Reilly e un sempre impeccabile Joaquin Phoenix) segue il moto impreciso ed ondivago del caso. Il loro viaggio, pur dettato da un obbiettivo, è fitto via via di deviazioni, non sempre utili, non sempre belle: una caratteristica che non può che rimandare alla controriforma del western di metà anni ‘60, da Peckinpah in poi insomma. Con una sostanziale differenza, che sposta anche l’occhio con cui il film viene filtrato: laddove gli antieroi di Peckinpah erano in balia della Storia, quella politica con la S maiuscola (vedi Sierra Charriba o l’assoluto capolavoro Il mucchio selvaggio), qui a spingere i nostri Ulisse di qua e di là per l’America sono i sentimenti, i desideri, le azioni umane. Il western di Audiard (suo primo, nonché suo primo lavoro negli USA) è intimista, umanissimo. Non per niente uno dei film che più si avvicina al suo stile e al suo animo è il meraviglioso e sottovalutatissimo The Homesman (2014) di Tommy Lee Jones, tanto eastwoodiano (quindi fordiano, quindi leoniano) nella messa in scena quanto fortissimamente umano e sentimentale all’atto pratico. La Storia c’è, i personaggi ne sono comunque influenzati, ma agisce silenziosa, lasciando che siano gli uomini (o le donne) per una volta, a fare. Genere americanissimo, più di ogni altro forse, il western nasce con l’esigenza di parlare di un Paese e della sua Storia (appunto): prima per spiegarne, mitizzarne e quindi anche accettarne le origini, poi per riflettere sui suoi cambiamenti e le sue contraddizioni, infine per filtrare con una lente “antica” quello che di un’America lontanissima ormai è rimasto e quello che ancora sta mutando. E’ curioso come sia un francese a fare uno dei western più precisi in questo senso (non per forza dei più belli, ma forse uno dei più importanti) degli ultimi 10/20/30 anni. Più di Balla coi Lupi (più poesia di un uomo e di un paese che vero western revisionista), più del capolavoro Gli Spietati (che forse è più una riflessione su un genere che su una Storia): si affianca a un lavoro discussissimo (per l’autore, per lo stile) ed importantissimo come The Hateful Eight di Tarantino e ad un (non)western di allucinante modernità e sconfortante nichilismo come No Country for Old Men dei Coen (più western del western Il Grinta, divertente e divertito omaggio al mito del western anni ‘50, ma alla fin fine un bel giocattolo e nulla più), in questo senso. In sottofondo alle vicende umane dei due protagonisti vediamo un Paese che sta cambiando radicalmente e dove al mito della frontiera e del fuorilegge si sta sostituendo quello della stabilità, della costruzione, della ricerca di un posto nel mondo. Non è un caso che i momenti più western siano rapidi, lasciati quasi in disparte pur nella loro importanza. Impennate di violenza (narrativa, non grafica) necessari perché parte della storia (e della Storia) ma antispettacolari, biasimate e mal sopportate anche dagli stessi protagonisti, stanchi dell’uccidere e delle sue conseguenze: la violenza non è più l’unico modo per portare l’ordine (come nel classico western bianchi vs indiani), o per dimostrare la propria superiorità (come in molto spaghetti western, post Leone soprattutto), ma uno spettro sempre presente che il new american man è costretto ad usare ma da cui vorrebbe rifuggire (e qui si va da alcuni classici “pacifisti” come La carovana dei mormoni o Il cavaliere della valle solitaria classici modernissimi come Mezzogiorno di Fuoco o L’uomo che uccise Liberty Valance). Anche l’obbiettivo di uccidere il Commodoro, un po’ per vendetta, un po’ per ambizione sociale (in un West che sta cambiando, ma in cui certe tradizioni legate al sangue ancora non sono cambiate), viene portato avanti con sempre meno convinzione, quasi come l’ennesima seccatura accidentale.
La lunga parentesi centrale che porta i due fratelli ad entrare in contatto con un cercatore d’oro, che inizialmente avrebbero dovuto uccidere, proprio per ordine del Commodoro, ed il “detective” che avrebbe dovuto (quanti condizionali!) consegnarglielo, chiarisce il punto ed è un ulteriore squarcio di umanità. La ribellione a un “ordine costituito” e l’inattesa fratellanza tra ultimi (chi più chi meno) è un chiaro segnale del passaggio da un “vecchio” West ad un nuovo mondo: ed anche l’iniziale alleanza per sopravvivere prima e per motivi economici poi, si rivela qualcosa di più: la volontà di indipendenza, dalla povertà per il cercatore d’oro, dagli obblighi di padroni che guardano solo ai loro interessi per i tre cacciatori di taglie, il bisogno “dopo tanto vagare” di una stabilità, di una nuova normalità, di una famiglia, lontani da violenze e spargimenti di sangue. Ed è proprio la famiglia, che qua e là aveva già fatto capolino nei discorsi dei due fratelli, la meta finale del viaggio (che diventa un nostos, un ritorno a casa quasi omerico), non obbligata, non (almeno volontariamente) cercata, ma necessaria. Non si tratta però di un trionfo del politically correct (ce n’è poco, qui come nel resto del cinema di Audiard) o di un becero tradizionalismo made in U.S.A.: è anzi un gesto anarchico (come anarchiche sono le ripetute deviazioni dal viaggio iniziale, in un percorso che ricorda, anche nella “resa” finale, quello dei due sfaccendati del capolavoro di Monte Hellman Strada a doppia corsia, più affine di quanto sembri a questo The Sisters Brothers) di rifiuto verso ciò che l’America esigeva dai suoi uomini, un desiderio di stabilità e una nostalgia verso ciò che è stato e che facilmente non sarà più, una versione più luminosa ma altrettanto significativa di quello colossale di A History of Violence (2005) di David Cronenberg.
In definitiva The Sisters Brothers è ben diverso e ben di più di quello che ci si poteva aspettare: un ritratto partecipe di due uomini e di un Paese in cambiamento, un film sulla ricerca e sulla famiglia, dove il sentimento (anche quello silenzioso di uno sguardo o di una cura dedicata all’altro) ha più peso e fa più rumore delle pistole. Pur con qualche caduta di ritmo nel corso delle due ore di proiezione, un’opera di assoluto valore che forse non entrerà nella storia del cinema, ma di cose da dire ne ha molte, per chi ha voglia di andare oltre la semplice forma del western. Bella fotografia di Benoit Debie, musiche eleganti e mai invasive del premio Oscar Alexandre Desplat e un maestoso John C. Reilly in una delle sue interpretazioni più sentite e toccanti.
I FRATELLI SISTERS (The Sisters Brothers)
USA/Francia, 2018, colore, 121'
Regia: Jacques Audiard
Cast: John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed


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