di Daniele Giuliotti
- I 5 CRITERI DI "L'ULTIMA VISIONE"-
VOTO
6
PERCHÈ VEDERLO
Perché, anche quando minore, Jarmusch fa un cinema atipico e surreale che merita sempre di essere visto
PERCHÈ NON VEDERLO
Non è una commedia e non è un film di zombie, se cercate una di queste due cose ne resterete delusi.
MOMENTO PERFETTO
Se siete pensate di essere già nel bel mezzo di un’apocalisse, con o senza zombi veri
FILM SIMILI
Benvenuti a Zombieland (2009) di R. Fleischer
L'alba dei morti dementi (2004) di Edward Wright
Solo gli amanti sopravvivono (2013) di Jim Jarmusch(
Paterson (2016) di Jim Jarmusch
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Per chi scrive Jim Jarmusch (classe 1953) è uno dei massimi cineasti viventi americani, con all’attivo due capolavori (Dead Man, 1995 e Ghost Dog - Il codice del samurai, 1999), un film che va molto vicino ad esserlo (lo struggente Broken Flowers, 2003) ed una bella serie di grandi/grandissimi film. Musicista ed appassionato di musica, è il regista che più di tutti, negli Stati Uniti, ha saputo (e sa ancora) fotografare alla perfezione la noia e l’apatia di città e periferie, uno degi autori più moderni (fin dagli anni ‘80) ed attuali, in questo senso. Non per niente il suo “film di vampiri” (Solo gli amanti sopravvivono, 2013) non era altro che la teorizzazione estrema della noia di schopenaueriana memoria applicata a chi di tempo per annoiarsi ne ha all’inifinto, dei vampiri immortali, appunto: vampiri che, tolta la vita eterna e la sete di sangue (adeguatamente calmata), non sono altro che le versioni soprannaturali di tanti altri normali(ssimi) characters jarmuschiani, dai giovani annoiati di Stranger than Paradise agli avventori folli di Coffee and Cigarettes, passando per gli stralunati galeotti di Daunbailò. La noia e l’apatia cittadina fanno da cornice, se non da protagoniste, anche in quest’ultima fatica del regista dell’Ohio, presentata all’ultimo Festival di Cannes.
Locandina e trailer non lasciano dubbi: è un film di zombi. Sni. Gli zombie ci sono e mangiano gli umani, ma le similitudini col cinema di Zombi classico finiscono qui. La trama è presto detta, ma relativamente poco influente: in una tranquilla cittadina nel bel mezzo degli USA (Centerville, appunto!) iniziano a succedere cose strane, i telefoni si scaricano, gli orologi si fermano, gli animali impazziscono, le radio smettono di sintonizzarsi. E i morti iniziano a tornare in vita. A gestire (male) la faccenda sono chiamati in causa i tre agenti del luogo (Bill Murray, Adam Driver e Chloe Sevigny, tutti usciti da un film di Wes Anderson pare), con l’aiuto di una bizzarra impiegata delle pompe funbebri (Tilda Swinton) e dei pochi abitanti del luogo che paiono aver capito la gravità della situazione. Il tutto sotto gli occhi vigili e disillusi dell’eremita del luogo (Tom Waits) che guarda la civiltà andare in rovina un po’ spaventato e un po’ compiaciuto della cosa.
Dicevamo che le similitudini con i film di zombie si limitano, appunto, agli zombie, ed è vero: i non-morti di Jarmusch sono più che altro dei non-vivi, quelli che quotidianamente incrociamo per strada, sul lavoro, sui mezzi pubblici o nei ristoranti, gente che vive la propria vita passivamente tra impegni, routine e mezzi di consumo. Non è un caso che, tra un verso e l’altro, le uniche cose che questi zombi riescono a dire sono i nomi delle cose per cui erano vissuti: così li vediamo vagare per le strade in cerca di caffé, vino, utensili per il giardinaggio, tv e wi-fi. Jarmusch sembra voler riportare quindi l’horror (o il new horror) alla sua dimensione originaria, quella politica: non può ovviamente non tornarci alla mente il padre degli zombie George Romero, colui che aveva fatto della sua saga un vero e proprio manifesto politico contro guerra e razzismo (La notte dei morti viventi), consumismo (Zombi), militarismo (Il giorno degli zombi) e via dicendo. In questo senso, si tratta di uno dei pochi horror veramente attuali in un panorama moderno veramente saturo di prodotti di mero consumo, mi viene da pensare giusto a Scappa! (Get Out) di Jordan Peele negli ultimi tre/quattro anni. Il messaggio è limpido, chiarissimo: il mondo è già in mano agli zombi, lo siamo un po’ tutti, la fame di carne si è trasformata in fame di beni, l’assenza di pensiero e sentimento da letterale si fa metaforica, ma tant’é. Il capitalismo più bieco e cieco è il virus da cui guardarci, quello che distrugge quello che abbiamo intorno e ci priva del nostro essere individui: non è un caso che le uniche persone pronte ad affrontare (in anticipo) l’epidemia siano dei nerd (ma veri, perché gli “hipster di città” che si atteggiano solo a tali fanno una bruttissima fine) o dei personaggi che, in un modo o nell’altro, vivono ai margini della società (la folle “becchina” armata di katana, l’eremita). La salvezza, insomma, è di chi si ribella, di chi sogna, di chi usa il proprio cervello.
Fino a qui tutto bene. E allora cosa non funziona in questo The Dead Don’t Die? Partiamo dal principio: la narrazione. Da un regista così abituato al sospeso, al lasciato fare, a comunicare idee e messaggi con le sole immagini certo non ci si poteva aspettare un sovrabbondare di commenti e spiegazioni a ciò che succede, tramite la voce ed i pensieri dell’eremita Tom Waits. Quasi ogni passaggio fondamentale della trama viene sottolineato da qualche elucubrazione più o meno filosofica dell’uomo, togliendo da un lato forza alle immagini e dall’altro facendo sembrare Jarmusch quasi uno sprovveduto: un semplice errore di misura o forse una presa di coscienza della sua ermeticità ed un conseguente intervento sul proprio stile? Non si sa, ma a pensare alla meravigliosa poesia del quotidiano del precedente Paterson o alle chiacchierate in due lingue diverse tra il protagonista e il gelataio in Ghost Dog viene un po’ di nostalgia: qui è tutto spiegato e rispiegato, anche laddove le immagini sono di per se chiarissime. Si perde in un certo senso la magia delle cose, si appesantisce addirittura il messaggio.
Poco chiara è anche, dopo una prima parte comunque godibile e piacevolmente lineare (non tanto nel racconto, che divaga spesso e piacevolmente tra i tanti comprimari che abitano la cittadina, quanto nello scorrere degli eventi), la decisione di inserire alcuni elementi meta-cinematografici che mal si accompagnano allo stile del resto della pellicola: non è La montagna sacra di Jodorowski, lo sberleffo va a vuoto. Per quanto sia a suo modo già meta-cinema, in quanto cinema di genere che riflette criticamente (e citazionisticamente) sul genere, esplicitare la cosa nel racconto ha il doppio effetto (deleterio) di rompere la discreta tensione creata fino a quel momento e che proprio lì stava culminando e di far perdere il filo del discorso. In quanto “film a tesi”, la pellicola ha una sua direzione precisa che stava seguendo con la giusta precisione, aggiungere un elemento alieno di questo tipo non fa altro che mescolare le carte in tavola, sicuramente non nel modo che sperava Jarmusch però. Quello che resta al termine della visione è la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di sicuramente personale ed interessante, ma incompiuto e male amalgamato, una bella occasione sprecata per fare del cinema di genere leggero (anche se lo splatter, mai troppo esibito, c’è ed è di qualità) ma intelligente. Bel cast variegato (anche se non utilizzato sempre a dovere) con qualche piacevole comparsa musicale: oltre al già citato Tom Waits, altre due facce note del cinema di Jarmusch, Iggy Pop ed RZA. Da confrontare con Benvenuti a Zombieland, altra commedia zombie meno originale ed intelligente, ma più coerente, o al simile negli intenti ma decisamente più riuscito L’alba dei morti dementi (adattamento discutibile del più simpatico Shaun of the Dead originale, ma va bene così) per provare a fantasticare di come avrebbe potuto essere questo I morti non muoiono con qualche svolazzo in meno.
I MORTI NON MUOIONO [THE DEAD DON'T DIE]
USA, 2019, colore, 103'
Regia: Jim Jarmusch
Cast: Bill Murray, Adam Driver, Chloe Sevigny, Tilda Swinton, Tom Waits, Selena Gomez, Danny Glover, Steve Buscemi, Iggy Pop, RZA
USA, 2019, colore, 103'
Regia: Jim Jarmusch
Cast: Bill Murray, Adam Driver, Chloe Sevigny, Tilda Swinton, Tom Waits, Selena Gomez, Danny Glover, Steve Buscemi, Iggy Pop, RZA

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