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PARASITE [La Recensione Completa]


di Simone Carpi e Daniele Giuliotti




VOTO 
9

PERCHÈ VEDERLO
Perchè Bong disegna una metafora potentissima del Capitalismo e del mondo in cui viviamo, e sopratutto perchè fa ridere in modo molto sagace

PERCHÈ NON VEDERLO
Se siete ricchi schifosi e avete appena comprato casa

MOMENTO PERFETTO
Quando la banca vi scala la mensilità della carta di credito dal conto

FILM SIMILI
Funny Games, Hollywood Party, Snowpiercer, Il fascino discreto della Borghesia


Checché se ne dica e se ne pensi, non c’è (quasi) nulla di più difficile che fare del pop (che sia cinematografico, musicale o letterario non importa) veramente ben fatto. Meccanismi commerciali e meccanismi d’essai viaggiano spesso su binari paralleli e per farli incontrare ci vuole una bella manualità: quanto spesso capita che l’amico meno avvezzo all’arte esalti un dato film o una canzone solo per l’immediatezza della fruizione e, allo stesso modo, rifugga da tutto ciò che è più complesso, originale, articolato? (in soldoni, quanto è più facile che venga apprezzato dalla massa l’ultimo singolo di Beyonce o di Justin Bieber piuttosto che un qualche classico degli Einsturzende Neubauten o, chessò, degli Area?)
Bong Jon-ho, sudcoreano classe 1969, questo talento ce l’ha, e lo ha già ampiamente dimostrato: col fenomenale monster movie The Host (2006), girato nel suo pasese natale, e, in maniera ancor più eclatante, con il magistralmente hollywoodiano (in senso geografico, sì, ma soprattutto in quello produttivo/spettacolare) Snowpiercer, parabola marxista/anticlassista ambientata in un futuro distopico. Questo Parasite però non ha né la forma spettacolare del film di mostri né il budget (e le star) di un colosso hollywoodiano. Anzi, nella forma, pur cambiando varie ambientazioni, somiglia un po’ più ad un film da camera, magari ad una di quelle belle invettive antiborghesi del miglior Buñuel (in effetti la distanza che lo separa da L’angelo sterminatore o da Il fascino discreto della borghesia è minore di quanto si possa immaginare).
Quindi in che modo possiamo parlare di pop? Se non nella sostanza e solo parzialmente nella forma, l’ultimo lato del triangolo è quello della fruizione: già, perché le due ore e un quarto di film scorrono con una potenza ed una leggerezza che mai ci si potrebbe aspettare da un film del genere. Siamo di fronte ad uno di quei rari(ssimi) casi in cui un film d’essai viene apprezzato in larga scala anche da un pubblico più ampio rispetto a quello festivaliero. Il merito? Di una scrittura al millimetro, una sceneggiatura perfetta fatta di dialoghi al vetriolo (non è una commedia, ma diverte e pure tanto), un montaggio saggio che alterna virtuosismi e scelte più classiche e apprezzate, un cast perfetto dal primo all’ultimo volto.
Tematicamente il passaggio da Snowpiercer a Parasite (tralasciando la parentesi netflixiana di Okjia, meno apprezzato ma non disprezzabile) è lieve, armonica, quasi una variazione sul tema: spogliato dei suoi orpelli distopici, il primo era sostanzialmente un film su una lotta di classe che, a sua volta, prendeva le forme di una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Lotta di classe e di sopravvivenza che anima anche quest’ultima fatica, con tinte meno dark (in senso orwelliano) e più nere (avete presente Il Dottor Stranamore?). Ci sono sempre ricchi che hanno tutto e poveri che si fanno la guerra tra di loro prima e ai ricchi poi, c’è sempre il desiderio di sovvertire la piramide, di bloccare il treno del progresso o, almeno, di farsi il viaggio in prima classe. Però i tempi sono cambiati, i confini si sono sbiaditi, le bandiere scolorite: se Snowpiercer era un racconto sociale e morale, Parasite ne è la negazione, l’antitesi. Anche la morale del povero, certamente corrotta da una società del benessere che ha sempre più allargato le distanze e sovvertito le priorità, è diventata una immorale e il senso del racconto, da sociale (leggi “socialista”) è diventato antisociale: scordiamoci i buoni ultimi che combattono il potere per avere un riscatto ed una giustizia. Qui gli ultimi invidiano, bramano e non si fanno scrupoli ad ingannare per avere ciò che hanno i ricchi: nessun riscatto morale, giusto un riscatto sociale (leggi “societario”). E la rivolta (reale, violenta) che parte dal basso non è un movimento unitario volto alla (ri)conquista, ma un gesto privato, che parte dal sangue dei propri fratelli per poi arrivare a quello del ricco, del borghese.
Non c’è più speranza per questo Mondo (che verrà poi devstato dall’uomo stesso? Siamo davanti forse ad un ideale prequel di Snowpiercer?) e l’unico modo di sopravvivere dei poveri è quello di diventare ricchi. O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo, alla fine.   

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