(di Daniele Giuliotti)
Oramai presentare Martin Scorsese è superfluo quasi quanto dover presentare Mozart o Dante. Quello che è stato e che (fortunatamente) ancora è per la settima arte è un qualcosa in più di un semplice "maestro". Regista dal talento indiscutibile, il nostro Martin è anche un appassionato difensore della fruizione in sala del cinema e, soprattutto, cura personalmente il restauro di classici del cinema mondiale spesso a rischio invisibilità (andate a cercare, in Inghilterra o negli U.S.A. i cofanetti in bluray del Martin Scorsese's World Cinema Project per capire di cosa parlo): insomma, più che un semplice regista, un vero patron del cinema tutto. Appassionato storico e documentarista, ha anche diretto due meravigliosi documentari sulla storia del cinema, che non prenderò in considerazione qui ma di cui consiglio a tutti assolutamente la visione, soprattutto del primo che apre davvero a registi colossali che la cinefilia attuale non valorizza al giusto modo: Viaggio nel cinema americano (1995) e Il mio viaggio in Italia (1999).
Ma ora bando alle ciance: in occasione dell'uscita (purtroppo limitata) nelle nostre sale dell'attesissimo The Irishman (che recensiremo a brevissimo), ecco una carrellata di 10 titoli (più qualche bonus) fondamentali nella carriera del nostro Martino.
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1973 - MEAN STREETS - DOMENICA IN CHIESA, LUNEDI' ALL'INFERNO (Mean Streets).
Il primo Scorsese con Robert De Niro, il primo film "alla Scorsese" che tutti conosciamo e amiamo. Un dramma di (mala)vita ambientato nella little Italy newyorkese che impareremo a conoscere attraverso i suoi film, sentito come un ricordo d'infanzia e catartico come una tragedia greca, Scorsese dimostra già (dopo due film già notevoli) di che pasta è fatto e cosa potrà donare alla Storia del cinema. Straordinari sia Harvey Keitel (che aveva già collaborato con Scorsese nel suo esordio Chi sta bussando alla mia porta) che un ancora poco conosciuto ma già strabiliante De Niro.
Voto: 10
1976 - TAXI DRIVER (Taxi Driver)
Passa un film (lo struggente Alice non abita più qui), torna De Niro, torna il capolavoro. Se mai ci fosse bisogno di un ripasso, la storia è quella del tassista Travis Bickle, reduce del Vietnam, diventato misantropo ed insonne, che nel suo peregrinare senza meta (e speranza) per New York inizia a desiderare di far pulizia della feccia che la sporca. L'amicizia con una prostituta ragazzina rischia di far deflagare la situazione.
Per spiegare perché questo film sia un capolavoro non basterebbe un manuale: un ritratto impietoso ma allo stesso tempo anche amorevole di una città tanto viva quanto contraddittoria, ma soprattutto quello di un uomo intrappolato da un mondo che sembra non volerne più sapere di quelli come lui. E, di conseguenza, anche un film sull'odio e le sue conseguenze e, perché no, anche su quelle dell'amore, di ogni tipo. Colonna sonora dell'hitchcockiano Bernard Herrmann, sceneggiatura di Paul Schrader, fotografia sgranata, quasi da action cinema, di Michael Chapman che cattura perfettamente una New York notturna lurida e di vita. In un cast perfetto svetta un De Niro monumentale.
Voto: 10
1978 - L'ULTIMO VALZER (The Last Waltz)
Insieme al cinema tout-court l'altra grande passione di Scorsese è il rock 'n roll e il documentario a tema sarà, soprattutto dal 2000 in poi, un suo cavallo di battaglia. Questo è il primo, e la scusa è "spiare" l'addio alle scene dei seminali The Band di Robbie Robertson, backing band di Dylan e grandiosa macchina pop/rock/folk. La struttura è quella del film concerto, ma siamo lontani dalla caotica retorica di Woodstock (per cui Scorsese aveva collaborato): l'ingenua speranza per un futuro di pace di quel film lascia qui il posto ad un acre e commovente senso di fine. Una fine pacifica, gioiosa, voluta, ma che non può, nel corso delle sue due ore di durata non commuovere. Parata di grandi nomi della musica, in ospitate di lusso: Bod Dylan, Eric Clapton, Joni MItchell, Neil Diamond e Ringo Starr tra i vari.
Voto: 9
1980 - TORO SCATENATO (Raging Bull)
Quando basterebbero i titoli di testa per spedire un film nell'Olimpo del cinema. Un De Niro in felpa, che boxa al ralenty ed in bianco e nero, tutto il peso di una vita, tutta la leggerezza dello sport nel tempo dello scorrimento dei titoli, sublimazione perfetta di quello che andremo a vedere nelle successive due ore. Un'opera monumentale, che sa essere melodramma classico di matrice williamsiana (Un tram che si chiama desiderio con Marlon Brando, non a caso uno dei film preferiti di Scorsese), film di malavita (quanto Casinò c'è già, qui?) ed opera modernissima e d'avanguardia (i combattimenti, che via via si fanno sempre più astratti e violenti, anticipano di 15 anni le deformazioni grottesche ed assurde del bellissimo Tokyo Fist di Shin'ya Tsukamoto). Non si era mai visto nulla di simile fino ad allora, e tutto ciò che verrà dopo ne porterà il segno. De Niro riesce a superare in perfezione e mimesi la prova strabiliante di Taxi Driver, ma qui è ben affiancato da un Joe Pesci strepitoso. Montaggio sublime di Thelma Schoonmaker e fotografia altrettanto spettacolare del fido Michael Chapman per quello che, in apertura del decennio, è già uno dei capolavori degli anni '80 e del cinema tutto.
Voto: 10
1983 - RE PER UNA NOTTE (The Kings of Comedy)
Fino ad ora abbiamo parlato di film che bene o male sono già considerati capolavori da buona parte di pubblico e critica. Destino diverso toccò a questo The Kings of Comedy, da sempre piuttosto bistrattato o, più che altro, mai abbastanza considerato. Certo, l'essere uscito subito dopo un colosso come Toro Scatenato non ha aiutato questa folle storia di un comico fallito che spera di guadagnarsi la fama prima assillando, poi rapendo un celebre presentatore televisivo, ma per troppo tempo è stato bollato come film minore e come tale non giustamente letto per quello che è: una satira al vetriolo della televisione americana e della necessità che tutti sembrano avere dei 15 minuti di notorietà warholiani, ma, anche e soprattutto, uno struggente e tragico ritratto di un uomo solo, che fatica a farsi strada in una società aggressiva e dinamica come quella che lo circonda. Todd Philips ne farà una specie di remake con l'apprezzatissimo Joker (2019) senza però riuscire ad arrivare al cuore della questione umana come in questo caso. Come sempre perfetto De Niro, e geniale la scelta di dare la parte del presentatore di successo ad un attore invece in declino come Jerry Lewis, ancora meraviglioso quando Hollywood si decide a dargli ruoli.
Voto: 9
1988 - L'ULTIMA TENTAZIONE DI CRISTO (The Last Temptation of Christ)
Chi segue un po' il cinema sa quanto sia difficile rappresentare adeguatamente la vita di Cristo: personaggio assai scomodo, in quanto è difficilissimo andare oltre la classica idea "catechistica" di Gesù per renderne, come vorrebbero cinema e narrativa, la sua parte umana (l'unica effettivamente raccontabile). Prima di Scorsese molti giganti del cinema erano caduti in agiografie incolori (Il messia di Rossellini) quando non imbarazzantemente macchiettistiche (Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli). L'unico che era riuscito ad arrivare al cuore del personaggio era stato il laicissimo Pier Paolo Pasolini nel capolavoro Il vangelo secondo Matteo, opera umanissima e lieve che ci restituiva un Gesù ultimo tra gli ultimi di sorprendente tangibilità. Scorsese rischia, e rischia grosso, in un decennio che lo ha visto sempre da protagonista ma meno in spolvero rispetto agli anni '70. Nel raccontare gli ultimi giorni di vita del Cristo sceglie di prediligerne la componente carnale, sanguigna (ma non nel senso grandguignolesco del disastroso La passione di Cristo di Mel Gibson) e per ciò umanissima: il suo Gesù, interpretato da un Willem Defoe in stato di grazia, è un uomo conscio del suo potere e della sua responsabilità, in perenne conflitto con la sua parte più umana e comune. E' sia figlio di Dio che uomo tra gli uomini e, con impeccabile tecnica, sospeso tra realismo e squarci lirici di assoluta bellezza, Scorsese ci fa vivere questa lotta interiore. Ovviamente condannato dalla Chiesa, ma se la parola del Vangelo può ancora essere attuale dopo duemila anni è anche grazie all'accettazione di Gesù come essere umano, prima che divintà, e Scorsese, che ateo non è, lo ha ben capito. Colonna sonora straordinaria di un Peter Gabriel in assoluto stato di grazia.
Voto: 9
1989 - QUEI BRAVI RAGAZZI (Goodfellas)
Si torna alla mafia, si torna a De Niro, si torna allo Scorsese "iconico" per le masse: che, a ben pensarci, nasce poi qui. Già, perché lo Scorsese maestro del gangster movie lo si era giusto visto, e in senso lato, nel seminale Mean Streets: per il resto, nei racconti più legati alla contemporaneità della sua New York, la mafia era giusto un'ombra, appena accennata (Taxi Driver) o motore di eventi che poi si sarebbero sviluppati con ben altro focus (Toro Scatenato). Nel raccontare ascesa e pentimento di un piccolo "bravo ragazzo" (Ray Liotta) il nostro dipinge un affresco colossale, su un modo di vivere ed un pensiero, che trascende ogni logica di genere. A metà tra Shakespeare e la grande epopea americana, con più di un occhio a certo cinema classico italiano (Visconti uber alles), tratteggia in meno di tre ore un ritratto della malavita organizzata che mai si era visto prima, gemello speculare (ed in quanto speculare, opposto) della magnificenza coppoliana dei primi due Padrini (il terzo era ancora da venire). Fotografia da masterclass, ogni secondo è cinema puro, che non nasconde nessuno dei suoi trucchi eppure immerge lo spettatore a 360°. De Niro e Pesci ancora spaziali.
Voto: 10
1995 - CASINO' (Casinò)
Passano 6 anni, il nostro riesce a dirigere un altro semi-capolavoro (L'età dell'innocenza di cui si parlerà più in basso) ed un interessante remake obliquo (Cape Fear - Il promontorio della paura, rifacimento del classico di Robert Mulligan con più di un eco del capolavoro di Charles Laughton La morte corre sul fiume). Poi, tutto d'un tratto, riunisce i suoi gangster preferiti, De Niro e Pesci, ed aggiunge un altro luminoso tassello al suo immaginario: Casinò è un'opera monumentale, magniloquente, scintillante, qua e là gargantuesca. Spesso associato al precedente Quei bravi ragazzi, c'entra con lui come il giorno c'entra con la notte. L'incedere thrilling e quasi (dico quasi) action del primo lascia spazio ad una vera e propria epica del crimine, se di là avevamo una formazione al crimine, qui ci troviamo davanti ad una sorta di gattopardo (esatto, proprio il film di Visconti) del cinema di mafia. Scorsese dilata i tempi, i luoghi, in una scintillante e tragica sequela di delitti e castighi senza possibilità di redenzione, ultimo grande film di mafia del secolo ed allo stesso tempo ultimo grande melò come ad Hollywood non si facevano dagli anni '60. Probabilmente non tutte le tre ore scorrono col giusto ritmo, ma la somma delle parti è qualcosa di alchemico e perfetto. Nei tardi 2000 il nostro Martin ci riproverà con The Wolf of Wall Street che, al pari di un ritmo indiavolato e di un cast altrettanto eccezionale, fallirà nel risultato finale: il tentativo di rendere un crime drama spietato e spettacolare anche un racconto morale e, forse, anche di redenzione, togliendo molto del fascino di disperata tragedia che invece questo Casinò aveva.Voto: 9
1999 - AL DI LA' DELLA VITA (Brining out the Dead)
Il film che chiude il secolo, ma, più correttamente, quello che apre quello nuovo. Al di là della vita è infatti perfettamente iscritto nel suo tempo e non ci poteva essere un inizio migliore per Scorsese (promessa poi solo parzialmente mantenuta, purtroppo): un film dal budget più ridotto rispetto a molti suoi capolavori, "piccolo" anche nella forma nonostante in dinamismo drogato ed eccessivo, in contrapposizione al luminoso classicismo di lavori come Quei bravi ragazzi o Casinò. La storia del paramedico Frank che vive in un limbo di eccessi e disperazione e il suo tentativo di rinascita e redenzione dopo non essere riuscito a salvare una paziente è un lucidissimo ritratto di una metropoli (e di un'umanità) oramai allo sbando. Definito da molti una sorta di seguito spirituale di Taxi Driver viaggia in effetti sugli stessi binari tematici, ma l'aggiornamento non è solamente temporale: ad una città lurida, sporca e sonnolenta, devastata dall'eroina (la NY degli anni '70) si sostituisce una metropoli altrettanto lurida, ma agitata ed esplosiva, perennemente sotto effetto di cocaina. Una città apocalittica (il senso di molto cinema anni '90, da Il Corvo a Strange Days, passando per Se7en è ben interiorizzato), buia, piovosa, che in certi squarci sembra la Los Angeles di Blade Runner tanto il progresso e l'alienazione l'hanno deformata, sembra di trovarsi all'interno di un racconto distopico. Scrive ancora Schrader che, saggiamente, riduce al minimo i rimandi religiosi del romanzo d'origine, creando una parabola di colpa e redenzione disperata e nerissima. Come spesso accade quando è ben diretto, Nicholas Cage è perfetto.
Voto: 9
2019 - ROLLING THUNDER REVUE: A BOB DYLAN STORY BY MARTIN SCORSESE
Il salto qui è lunghissimo. 20 anni esatti dall'ultimo film di cui si è parlato. Saltiamo due decenni certamente meno interessanti dei precedenti, ma non privi di grande cinema, ma l'importanza di quest'opera nel corpus scorsesiano è colossale e, sicuramente, ancora da capire. Il titolo dice già molto, si parla di Dylan, di nuovo dopo il bel No Direction Home, documentario più classico, ma si fa qualcosa in più, qualcosa che Scorsese era stato ben attento a non fare in tutti i precedenti documentari: dare spazio al Mito. La dimensione di questo lungo documentario, produzione Netflix, è la stessa del capolavoro western L'uomo che uccise Liberty Valance o del colossale testamento di Orson Welles F for Fake - Verità e menzogna. Capire, oggi come allora, un personaggio sfuggente, dalle mille facce ed idee, come Dylan è impossibile, lo aveva capito negli anni '60 D.A. Pennebaker nel suo Don't Look Back, dove seguiva, quasi spiava, Dylan senza farne un'agiografia e quindi riuscendo a farne risaltare l'aura mitica e sfuggente, lo aveva capito anche il discontinuo Todd Haynes in I'm Not There che spezzettava la vita di Dylan in tante microstorie che parlavano di altro, regalando così il miglior ritratto possibile del genio. Lo capisce, alla massima potenza, Scorsese, che gira con precisione e maestria tra materiali d'archivio, interviste vecchie e nuove, spezzoni live, aneddoti che non ci sarà (forse) mai dato sapere se siano veri o meno: ma sta qui il peso del film, creare un mood, una sensazione che nel suo perenne ondulare tra Mito e Storia ci restituisce finalmente ciò che Dylan è stato, è ancora e, soprattutto, rappresenta. Seminale, il punto d'incontro tra la sua passione per il documentario rock e il suo cinema di fiction.
Voto: 10
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BONUS
In una filmografia così vasta e ricca di opere notevoli, una manciata di scelte extra è decisamente inevitabile. Ecco altri cinque lavori che, pur non essendo al livello dei 10 sopra citati, hanno a loro modo lasciato un segno nella sua filmografia, se non nella storia del cinema.
1972 - AMERICA 1929 - STERMINATELI SENZA PIETA' (Boxcar Bertha)
Un anno prima di Mean Streets uno Scorsese ancora acerbo ma già notevole ed efficace. In questa storia di amore, sangue e diritti civili ambientata durante la Grande Depressione riusciamo già a scorgere il talento di un grande regista, in una storia debitrice anche nello stile dei primi movimenti della new Hollywood (vedi Gangster Story o il cinema di Peckinpah). Da confrontare col di poco successivo Gang di Robert Altman.
Voto: 8
1993 - L'ETA' DELL'INNOCENZA (Age of Innocence)
Scorsese alle prese con un dramma in costume: tra i suoi film preferiti in assoluto figurano Il gattopardo e Senso di Luchino Visconti e La presa del potere da parte di Luigi XIV di Rossellini, e si vede. La lezione classicista di questi maestri del cinema italiano è stata perfettamente assorbita, e la storia dell'avvocato Newland Archer, diviso tra l'amore di una giovane e bella aristocratica e quello di una contessa polacca, è messa in scena con una perfezione stilistica abbagliante. Commovente e teso, interpretato alla perfezione da un cast meraviglioso, dove figurano, nei ruoli principali, Daniel Day-Lewis, Michelle Pfeiffer e Winona Ryder.
Voto: 9
2005 - THE DEPARTED - IL BENE E IL MALE (The Departed)
Altro giro, altro remake. Citando Cape Fear si era parlato di remake obliquo: ovvero, un remake che a sua volta ne ingloba altri. In questo caso i film in questione fanno parte di una saga, i bellissimi Infernal Affairs I e II. Scorsese torna a lavorare con Di Caprio e, per la prima volta, anche Jack Nicholson è della partita. Il film, pur più de-autorializzato e hollywoodiano del solito, è una sequela esplosiva di avvenimenti e colpi di scena che nelle mani di un semplice shooter avrebbe rischiato di diventare un pastrocchio grottesco e senza forma. Scorsese dirige con mano ferma e tira le fila con grande eleganza, riuscendo a non prendersi troppo sul serio. Bel successo di pubblico e, finalmente, arrivarono anche gli Oscar.
Voto: 8
2011 - HUGO CABRET (Hugo)
Pochi film del Maestro hanno diviso così tanto i suoi appassionati. Certo, dopo anni di gangsters, folli e kolossal, una favola (perché di favola si tratta) più vicina ad un Oliver Twist che a Taxi Driver poteva legittimamente far storcere il naso. Eppure è il film più sentito dello Scorsese del nuovo millennio, un atto d'amore per il cinema in primis e in generale per la magia della creazione, una lode alla fantasia come via di fuga dalla cupa realtà e come arma di redenzione e riscatto. Non tutto è al suo posto, non mancano gli scivoloni melensi, ma, dopo alcuni colossi con poca anima, finalmente un film sotto la cui scorza batte un cuore caldo e umanissimo. Da riscoprire.
Voto: 8
2011 - GEORGE HARRISON: LIVING IN THE MATERIAL WORLD
La facciamo breve, perché effettivamente qui c'è poco da dire: un documentario perfetto sotto tutti i punti di vista, lungo ma mai tedioso, interessante, zeppo di testimonianze sul "beatle timido" George Harrison, personaggio dalle molte sfaccettature e dalla vita pienissima. Se il cinema è un atto d'amore, qui l'amore si sente tutto. Non seminale come The Last Waltz né summa mirabilis di un modo di fare cinema come Rolling Thunder Revue, ma un opera che non può che scaldare il cuore. Se si è fan dei Beatles e di Harrison, poi, diventa non solo imperdibile, ma proprio fondamentale.
Voto: 9










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