di Daniele Giuliotti
- I 5 CRITERI DI "L'ULTIMA VISIONE"-
VOTO
VOTO
10
PERCHÈ VEDERLO
Se amate il Cinema con la C maiuscola
Se amate il Cinema con la C maiuscola
PERCHÈ NON VEDERLO
Nessun buon motivo che mi venga in mente
MOMENTO PERFETTO
Nessun buon motivo che mi venga in mente
MOMENTO PERFETTO
In sala, assolutamente, in barba all'assurda politica di distribuzione di Netflix
FILM SIMILI
FILM SIMILI
Casinò, Quei Bravi Ragazzi, Il Pistolero
C'è una linea comune che attraversa ed accomuna tutti i grandi ritratti "in nero" che nel corso dei decenni Scorsese ci ha via via regalato: l'assenza di pentimento. Vite al limite, vissute sempre con un piede (se non due) al di là della legge, ma con salda e viva convinzione. "Integrità" da non confondersi con esaltazione: Scorsese è autore sicuro, maestoso, e sa ben marcare il confine tra ritratto umano e messaggio. La condanna allo stile di vita è chiara, ma non va ad intaccare la purezza del racconto: niente moraline facili incollate a fine film (e, quando succede, è proprio questo a determinare il fallimento del film), sta alla maturità dello spettatore separare ciò che è storia da ciò che è significato.
In un dialogo semplicissimo quanto emozionantissimo, un prete chiede a un attempato Frank (un monumentale De Niro, in quello che si può definire, di nuovo, il ruolo della vita) se ripensando alla propria vita non provi rimorso. Lui ci pensa, e candidamente risponde di no. Una delle chiavi di lettura del film, nonché sua forza, sta proprio qui: nessuno dei molti personaggi che animano questo film ha rimorsi, dubbi, su quello che ha fatto o sta per fare. Non ne ha Frank, galoppino sempre più importante di mafie e loschi affari, non ne ha Jimmy Hoffa (un altrettanto superbo Al Pacino) che non disdegna qualche mazzetta o qualche scappatella con la mafia pur di salvaguardare il suo sindacato, non ne hanno i vari mafiosi, più o meno importanti, che incrociano i loro passi con quelli di Frank. Non ne hanno nemmeno mogli, amanti, compagne. Non ne hanno, ingenuamente, neanche i figli, se non Peggy, una delle quattro figlie di Frank, presenza sfuggente e quasi spettrale, unico germe di dubbio nella mente liberissima del nostro eroe. Tutto ciò che si fa vien fatto perché va fatto, "it is what it is" semplicemente. Liberatosi, come solo lui sa fare, di questo fardello della morale, del politically correct, il film viaggia spedito come un treno, coprendo praticamente mezza storia di un paese, dai ricordi di guerra alla crisi missilistica di Cuba, fino agli anni '90, al conflitto in Kosovo (notare come la storia americana che si dipana sullo sfondo della vicenda si caratterizzi mediante crisi e guerre), passando per i ruggenti '70 e i tremendi (almeno per la malavita italoamericana) '80. Lo fa senza pesi, senza una precisa soluzione di continuità: si parte da un racconto, in cui se ne inserisce un altro e un altro ancora, fino a perdere l'origine della matassa. Quello che traspare da ogni inquadratura, però, è il piacere di raccontare, nonostante l'incedere funereo e funesto che si nasconde dietro ad ogni inquadratura.
In una sequenza, sullo sfondo, viene inquadrato il tabellone di un cinema che riporta la proiezione di The Shootist, da noi Il pistolero funereo western di Don Siegel ed ultima prova di un già malato John Wayne. La scelta, chiaramente, non è casuale. I volti che animavano quel film erano le versioni invecchiate e stanche delle luminose stelle che avevano reso grande la Hollywood a cavallo tra gli anni '30 e i '50: John Wayne, James Stewart, Lauren Bacall. Proprio come sono, per questo The Irishman, De Niro, Pacino, Joe Pesci o Harvey Keitel, per dire. Anche quando il trucco cerca di riportarceli più giovani, siamo ben consapevoli del tempo che scorre e che è già passato, e l'idea che, come il film di Siegel era "un funerale" per il leggendario West che tutti avevamo amato, questo lo sia per il genere gangster tutto, soprattutto per quello (ri)nato a cavallo degli anni '80 e '90 proprio sulla scia dei successi di Scorsese. Ed è così che The Irishman si rivela per quello che è realmente, oltre alla storia narrata, oltre alla gioia di rivedere insieme tutti questi volti che abbiamo così tanto amato, oltre alla misuratissima e perfetta fotografia, alla sceneggiatura perfetta al millimetro: un commosso, commovente, omaggio ad un genere e ad un intero modo di fare cinema, oramai in via di estinzione, una lenta elegia ad una vera e propria scuola. Gli eredi, qui come ne Il pistolero andranno avanti, scegliendo di rifiutare quello che c'è stato prima e battendo strade diverse: questi saranno davvero gli ultimi fuochi. Non sarà (per fortuna) l'ultimo film di Scorsese, ma anche se lo fosse stato, sarebbe andato bene così. So long, and thanks for all the fish.
In un dialogo semplicissimo quanto emozionantissimo, un prete chiede a un attempato Frank (un monumentale De Niro, in quello che si può definire, di nuovo, il ruolo della vita) se ripensando alla propria vita non provi rimorso. Lui ci pensa, e candidamente risponde di no. Una delle chiavi di lettura del film, nonché sua forza, sta proprio qui: nessuno dei molti personaggi che animano questo film ha rimorsi, dubbi, su quello che ha fatto o sta per fare. Non ne ha Frank, galoppino sempre più importante di mafie e loschi affari, non ne ha Jimmy Hoffa (un altrettanto superbo Al Pacino) che non disdegna qualche mazzetta o qualche scappatella con la mafia pur di salvaguardare il suo sindacato, non ne hanno i vari mafiosi, più o meno importanti, che incrociano i loro passi con quelli di Frank. Non ne hanno nemmeno mogli, amanti, compagne. Non ne hanno, ingenuamente, neanche i figli, se non Peggy, una delle quattro figlie di Frank, presenza sfuggente e quasi spettrale, unico germe di dubbio nella mente liberissima del nostro eroe. Tutto ciò che si fa vien fatto perché va fatto, "it is what it is" semplicemente. Liberatosi, come solo lui sa fare, di questo fardello della morale, del politically correct, il film viaggia spedito come un treno, coprendo praticamente mezza storia di un paese, dai ricordi di guerra alla crisi missilistica di Cuba, fino agli anni '90, al conflitto in Kosovo (notare come la storia americana che si dipana sullo sfondo della vicenda si caratterizzi mediante crisi e guerre), passando per i ruggenti '70 e i tremendi (almeno per la malavita italoamericana) '80. Lo fa senza pesi, senza una precisa soluzione di continuità: si parte da un racconto, in cui se ne inserisce un altro e un altro ancora, fino a perdere l'origine della matassa. Quello che traspare da ogni inquadratura, però, è il piacere di raccontare, nonostante l'incedere funereo e funesto che si nasconde dietro ad ogni inquadratura.
In una sequenza, sullo sfondo, viene inquadrato il tabellone di un cinema che riporta la proiezione di The Shootist, da noi Il pistolero funereo western di Don Siegel ed ultima prova di un già malato John Wayne. La scelta, chiaramente, non è casuale. I volti che animavano quel film erano le versioni invecchiate e stanche delle luminose stelle che avevano reso grande la Hollywood a cavallo tra gli anni '30 e i '50: John Wayne, James Stewart, Lauren Bacall. Proprio come sono, per questo The Irishman, De Niro, Pacino, Joe Pesci o Harvey Keitel, per dire. Anche quando il trucco cerca di riportarceli più giovani, siamo ben consapevoli del tempo che scorre e che è già passato, e l'idea che, come il film di Siegel era "un funerale" per il leggendario West che tutti avevamo amato, questo lo sia per il genere gangster tutto, soprattutto per quello (ri)nato a cavallo degli anni '80 e '90 proprio sulla scia dei successi di Scorsese. Ed è così che The Irishman si rivela per quello che è realmente, oltre alla storia narrata, oltre alla gioia di rivedere insieme tutti questi volti che abbiamo così tanto amato, oltre alla misuratissima e perfetta fotografia, alla sceneggiatura perfetta al millimetro: un commosso, commovente, omaggio ad un genere e ad un intero modo di fare cinema, oramai in via di estinzione, una lenta elegia ad una vera e propria scuola. Gli eredi, qui come ne Il pistolero andranno avanti, scegliendo di rifiutare quello che c'è stato prima e battendo strade diverse: questi saranno davvero gli ultimi fuochi. Non sarà (per fortuna) l'ultimo film di Scorsese, ma anche se lo fosse stato, sarebbe andato bene così. So long, and thanks for all the fish.
USA 2019, Colore, 210'
Regia: Martin Scorsese
Cast: Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Anna Paquin, Harvey Keitel, Bobby Cannavale

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